Questa sera parto per la Croazia. Acqua pulita, krafen a buon mercato, sole, spiaggia, relax. Esiste niente di più bello? Di più rilassante? Certo una vacanza alle Maldive, ma non è questo il punto.
Devo infatti confessare di essere in uno stato di ansia perenne, non solo perchè parto oggi e non ho ancora fatto la valigia, non solo perchè devo ancora farmi la ceretta (uno dei miei più grandi punti deboli) e neanche perchè ho paura di incontrare traffico durante il tragitto. (L'anno scorso abbiamo impiegato un tempo indefinito per raggiungere un'altra ridente isola croata giacchè dopo 18 ore di viaggio ho smesso di contarle)
No, non solo questi motivi sbarrano la strada alla mia serenità.
Dovete infatti sapere che il mio ragazzo, nonchè insostituibile compagno di viaggio M. è una fonte imprevedibile di sfiga a diverse latitudini. Andiamo in dieci a fare una gita in bici al parco di Monza? A lui e solo a lui si buca una gomma. In venti persone ad aspettare l'autobus? L'uccellino caga in testa proprio a lui. Insomma è un uomo veramente sfortunato, ma c'è un episodio che attualmente è leader indiscusso della classifica delle sfighe dell'anno e purtroppo coinvolge anche me nel ruolo accessorio di accompagnatrice.
Prima di iniziare vorrei assicurarvi che, nonostante quello che potreste pensare, la storia che sto per narrare è vera in ogni sua parte, ed in alcun modo è frutto della mia galoppante immaginazione.
Qualche settimana fa eravamo invitati al matrimonio di mia sorella, sciagurata donna che abita a 1.100 metri di altitudine tra le dolomiti. Dato che la mia presenza era indispensabile, in quanto testimone e portatrice degli anelli, ho pensato di fare cosa gradita non solo a me stessa prendendomi il venerdì libero per arrivare un giorno prima e stare un pò con le mie nipoti, rinsaldare il rapporto con mia sorella in vista di un avvenimento così importante e godermi l'aria di montagna. Il weekend era stato dunque organizzato in ogni minimo dettaglio, e nella mia mente si profilavano tre giorni di assoluta tranquillità.
Ma non avevo ancora fatto i conti con M. e la sua sfiga.
Dovete infatti sapere che il giorno prima della partenza il nostro aveva un colloquio, e visto che è sprovvisto di macchina ha deciso di andarci in motorino. Mai idea fu peggiore di questa, infatti ha avuto un incidente e il motorino gli è caduto addosso.
"Niente di grave" ripeteva lui.
"Vai al pronto soccorso" controbattevo io.
Ma l'indomito eroe aveva deciso che non era il caso di farsi cinque ore di fila per una radiografia, e fu così che il giorno dopo partimmo senza una diagnosi e con l'infortunato uomo duro alla guida.
La notte successiva è stata un incubo, lui non riusciva a dormire e continuava a rigirarsi nel letto perchè non trovava una posizione comoda e gli faceva male il fianco quando respirava. Di conseguenza io non solo ero sveglia come un grillo al suo lamentoso fianco, ma rotolavo da una parte all'altra del letto seguendo lo spostamento di quei novanta chili di massa corporea.
Al mattino sono stata irremovibile, e su consiglio di mia sorella l'ho portato al pronto soccorso del paesino vicino.
Volevamo essere rassicurati sull'assenza di un'eventuale frattura e dal momento che non c'era nessuno in attesa, eravamo sicuri che ce la saremmo cavata in un'oretta scarsa, non come a Milano dove le ferite si rimarginano in sala d'attesa.
Ed era qui che sbagliavamo di grosso, ma ancora non lo sapevamo.
Completata la veloce procedura di accettazione, ci siamo salutati sul limitare di quella linea che separa la zona VIP degli infortunati con quella dei comuni mortali accompagnatori.
Dopo le prime due ore passate in sala d'attesa avevo letto tutte le riviste, i giornalini e gli opuscoli a disposizione, e devo dire che ero rimasta particolarmente colpita da quello sulla rabbia, che inizialmente pensavo fosse il sentimento, e invece ho scoperto essere la malattia - RABBIA - che a quanto pare in montagna si può contrarre con facilità se ti morde una volpe.
Dopo due ore e mezza sapevo a memoria le regole di comportamento dei lavoratori e degli utenti del pronto soccorso, e avevo contato le piastrelle del pavimento cinque o sei volte, ma soprattutto iniziavo a preoccuparmi.
Immaginavo scenari apocalittici di morte e disperazione, e pensavo a cosa avrei potuto dire ai genitori di M. per giustificare l'avvenimento, quando una voce squillante con tipico accento veneto è risuonata altissima in sala d'attesa. Una giovane valchiria montagnina stava urlando: "La fidanzata di M." e lì ho veramente pensato "E' morto" e poi "Dove sono le chiavi della macchina?...Ok le ho io."
L'infermiera intuendo la mia preoccupazione mi ha subito rincuorato e mi ha accompagnata in una stanza dove M. giaceva su un lettino di ospedale con una flebo al braccio.
"Cos'è successo?" ho chiesto allarmata, e il seguente è il racconto dettagliato dell'avventura in pronto soccorso, che è costata ben sei ore della mia vita (o forse anche di più perchè anche in questo caso ad un certo punto ho smesso di contare)
Entrato in codice verde, che è quello dei pazienti non gravi, M. è diventato subito un codice rosso quando il medico che lo ha visitato ha decretato: "Sospetta lesione della milza".
Immediatamente le infermiere si sono prodigate attorno al paziente grave del giorno, e la prima mossa è stata quella di mettergli la flebo. Quando M. che è mancino ha chiesto se potevano mettere la farfalla per il prelievo del sangue sul braccio destro anzichè su quello sinistro, si è sentito rispondere: "Non possiamo perchè se ti devono operare ci serve sulla sinistra"
A quel punto M. ha perso la testa e l'ipocondriaco che è in lui lo ha trasformato in un docile animale che, sdraiato su un lettino con delle rotelle e trasportato da una parte all'altra dell'ospedale, aspettava inerte il suo destino di morte.
Dopo ben due radiografie, un esame del sangue e un'ecografia, i medici del pronto soccorso si sono sentiti di escludere il pericolo di morte imminente, ma hanno deciso di sottoporlo ad un ciclo di antidolorifici e di tenerlo sotto osservazione.
Nel frattempo M. ha visto Dio, o meglio una sua incarnazione terrena. E' successo infatti che il prete del paese bazzicasse il pronto soccorso (forse alla ricerca di nuovi clienti dell'ultimo minuto) e sia entrato anche nella stanza di M. che ha pensato di essere veramente fottuto fino a quando è riuscito a razionalizzare e a pensare che non era vero, non stava morendo, il medico gli aveva detto che non era più in grave pericolo di vita...."Guardi prete, lì c'è una donna con un taglio ad un dito, sta perdendo sangue, è più grave di me, vada da lei prete...."
Dopo quattro ore in osservazione i medici, riluttanti, lo hanno lasciato andare con una diagnosi di scampato pericolo, e noi milanesi stupiti da tanta meticolosità, siamo riusciti a tornare a casa
Ecco, dopo questa esperienza credo che farò sparire il motorino di M. e intascherò i soldi dell'assicurazione.....o meglio, dopo questa esperienza se devo essere sincera credo che non metterò più piede in quel pronto soccorso, neanche se dovesse mordermi una volpe.
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