lunedì 4 ottobre 2010

L'ora di basket

Quest'anno mi tocca. Devo subirmi l'ora di basket.
Mentre lo scorso anno per una fortunata serie di coincidenze avevo solo il compito di accompagnarlo, adesso mi tocca sorbirmela tutta, l'ora di basket.

Devo andare a prendere B. a scuola, recuperare lo zaino con il cambio a casa sua, prendere la macchina e accompagnarlo a basket, il tutto in un quarto d'ora perchè il dittatoriale istruttore di basket ha una soglia di tolleranza per il ritardo di soli 7 minuti. La scuola finisce alle 16,30, basket inizia alle 16,45, tra casa di B. e il campo ci sono 5 minuti di strada. Capirete anche voi che sfidare tutte le settimane le leggi della fisica, ed in alcuni casi anche la forza di gravità può diventare stressante.

La cosa peggiore però non è tanto il viaggio, guidare impennando sulle ruote laterali per districarmi tra le mamme impazzite fuori da scuola mi tiene la mente impegnata.. Il problema arriva quando in teoria dovrei tirare un sospiro di sollievo, e cioè all'arrivo al campo.

Ormai B. ha 10 anni ed è (abbastanza) in grado di indossare la divisa autonomamente, quindi io arrivo, ricavo una nicchia tra i vestiti abbandonati di 30 bambini, mi siedo e tiro fuori dalla borsa un libro. Appena inizio a leggere però, arriva una mamma infighettata che esordisce con:
"Ciao!"
"Ciao" ribatto io abbassando subito gli occhi sul libro
ma lei imperterrita:
"Come stai Margot? Cosa fai adesso"
La domanda arriva ogni settimana puntuale come i costosi orologi svizzeri che indossano i loro mariti
"Uno stage" è la mia altrettanto puntuale risposta
"Quindi hai ancora tempo per fare la babysitter? Ma che orari fai? No perchè io avrei bisogno di ..." e bla bla bla bla
Continua a parlare e senza che io me ne accorga arriva a raccontarmi di cosa ha preparato per cena. Poi improvvisamente si alza e se ne va, snobbandomi a favore di una sua qualche amichetta arrivata in quel momento.

A quel punto ho già messo via il libro e in palestra c'è troppa confusione per poter riprendere la concentrazione e iniziare a leggere, e mi ritrovo così catapultata nella realtà parallela dei familiari che fanno il tifo. Papà in giacca e cravatta, mamme vestite in modo impeccabile, nonne normalmente dolci e simpatiche che si trasformano e incitano questi poveri bambini con la stessa veemenza che usano i giocatori neozelandesi nella danza propiziatoria che fanno prima delle partite di rugby:
"E alza 'ste gambe quando corri!"
"Ma passa 'sta palla!"
"Ma allora! Non hai fatto neanche un canestro oggi!"
Ma neanche giocassero nell'NBA dico io, neanche avessero ingaggi multimiliardari e dalle loro azioni dipendesse il futuro di una società sportiva! Sò bambini, e lasciateli giocare! Dico io. Anzi, penso io mentre assisto a questo raccapricciante spettacolo. Ma che volete che ne capisca, io sono solo la babysitter.

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