giovedì 17 febbraio 2011

R.I.P. Cagliostro

Oggi è il primo anniversario della morte del mio gatto, e per una strana ironia della sorte è anche la festa nazionale del gatto. Cresciuto strano in una famiglia strana, Cagliostro, questo il suo nome, ha anche avuto la sfiga di morire in una giornata che sarebbe dovuta essere di giubilo per lui, un po’ come se uno di noi umani morisse il giorno del suo compleanno.

Fortissimamente voluto da me, la piccolina di famiglia allora novenne, Cagliostro è arrivato da noi solo perché la gatta di mia zia, che vive in una casa che ormai è più un rifugio per animali, aveva figliato troppo con la logica conseguenza che non sapevano più dove metterlo. Quando lo abbiamo portato a casa era rachitico, stava nel palmo di una mano e nella tasca del cardigan di mia sorella, che per salvare i propri indumenti si è subito incaricata di spulciarlo, fino ad arrivare a contare la bellezza di 27 pulci nello spazio di 10 cm quadrati di pelo. Mia madre gli preparava succulenti pasti a base di merluzzo surgelato, spinaci e riso bollito, nella speranza che crescesse un po’, ma quando ha poi raggiunto un peso e delle dimensioni accettabili, si è dovuto accontentare delle pappe del Lidl, alimento unico della sua dieta fino alla fine dei suoi giorni che però lui sembrava apprezzare molto.

Come la maggior parte dei gatti europei Cagliostro era tigrato, nero e grigio, con gli occhi verdi e le orecchie gigantesche, caratteristica unica, nel suo caso derivata dal rachitismo. In realtà infatti aveva il muso piccolo, non le orecchie grandi, ma qualunque sia il punto di vista, questa suo modo di essere non gli conferiva un’aria intelligente soprattutto quando passava ore nella lettiera dietro la porta del bagno a scavare nel legno, sperando così di riuscire a coprire i bisognini che aveva appena fatto. Posso testimoniare personalmente che non ci è mai riuscito, ma ci metteva una tale foga che non ho mai avuto il coraggio di dirgli che stava sbagliando e poi credo che l’errore derivasse da un trauma infantile, dal distacco dalla madre in tenera età più che da una tara congenita, e quindi lo abbiamo sempre assecondato buttando via noi i bisogni quando lui non ci vedeva.

Abbiamo sempre avuto un rapporto controverso lui ed io, ci volevamo bene ma a distanza, provavo per lui rispetto e un po’ di complicità. Lo consideravo più come un collega, non era un animale domestico per me, era più un compagno di viaggio, ma devo essere onesta, quando era appena arrivato lo torturavo. Facevo tutto quello che i bambini non dovrebbero fare: lo tiravo per la coda, gli tappavo il naso, lo costringevo ad annusare le bucce dei mandarini, lo svegliavo improvvisamente mentre dormiva placido sul divano e una volta gli ho anche tagliato il pelo, facendogli la coda squadrata cercando di convincerlo che fosse un taglio all’ultima moda. Poi mia madre che un pomeriggio era rimasta a casa dal lavoro ha scoperto queste pratiche barbare e ha posto fine alle sue torture con una ramanzina che ricordo ancora adesso, e che mi ha fatto sentire in colpa per molti degli anni seguenti. Spero che in fondo mi abbia perdonato per tutte quelle che gli ho fatto passare, era il capro espiatorio, il colpevole della rottura di ogni oggetto che facevo cadere giocando, e quando sono cresciuta non sono mai stata una brava padrona. Sempre scostante e infastidita dalle sue richieste di attenzione lo coccolavo solo quando ne avevo voglia io, e grazie a lui ho capito che non sono fatta per accudire gli animali e che stiamo bene così. Loro in libertà e io a guardare in pace la tv.

Quando aveva un anno ha rischiato di morire per una brutta malattia dei gatti, aveva smesso di mangiare, si stava lasciando andare, ma mia madre non si è arresa ed ha iniziato a dargli da mangiare yogurt intero con un dito tutti i giorni, fino a quando ha ricominciato a nutrirsi autonomamente. Quando si è ripreso lei ha giurato a sé stessa che non gli avrebbe mai più voluto bene perché così non avrebbe sofferto se si fosse ammalato nuovamente. Bè, è durato altri 18 anni in questa nostra strana famiglia.

Verso i 18 anni ha iniziato a miagolare come un pazzo durante la notte, sembrava che lo scuoiassimo vivo, e non ne capivamo il motivo. Mia zia diceva che era solo un po’ partito di testa, ma poi abbiamo scoperto che erano i primi sintomi di un’insufficienza renale che porta ad una brutta morte. Quando era ormai chiaro che non ce l’avrebbe più fatta mia madre ed io lo abbiamo portato a farlo sopprimere, io ho addirittura preso un giorno di ferie. Non abbiamo avuto il coraggio di rimanere con lui mentre lo addormentavano, ma gli ho lasciato un mio maglione logoro nella speranza che così sentisse almeno l’odore di casa sua. Quando siamo uscite dallo studio piangevamo tutte e due appoggiate alla macchina, io dichiaratamente per il gatto, mia madre invece diceva per le 160€ di parcella, ma so che in fondo era dispiaciuta per Cagliostro. Quando era morto da poco ogni mattina lo cercavo con lo sguardo al suo posto preferito sul calorifero in soggiorno, poi gradualmente ho smesso. Ma ancora adesso ogni tanto mi sembra strano di poter lasciare un maglione di lana sul divano senza ritrovarlo a pezzetti o già occupato da lui che dorme accoccolato. E’ difficile disabituarsi ad avere un gatto dopo 19 anni. Riposa in pace Cagliostro, anche se non te l’ho dimostrato, a modo mio ti ho voluto bene.

3 commenti:

  1. pure io avevo un gatto. viveva in giardino assieme al cane, viveva pericolosamente, non era manco castrato quindi era voglioso di gatta e incazzato sempre, tanto che ammazzava animali a tutto spiano e faceva a botte. però era gentile, alcune prede ce le regalava (anche perchè se non lo faceva e provavi a prenderle si incazzava come una biscia).

    purtroppo viveva pericolosamente, e pericolosamente morì. sti gatti....

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  2. Ma veramente, 'sti gatti...e pensare che quando ti portano i topi morti rancidi e gli uccellini ancora semoventi lo fanno per dimostrare affetto...il mio li catturava dal balcone, mai capito come facesse...

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